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Arab Geopolitics Luglio 2020

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Arab Geopolitics Luglio 2020

Ritorna con puntualità e viva partecipazione il ciclo di conferenze del Nato Defense College incentrate sull’analisi della situazione geopolitica del mondo arabo e del vicino medio Oriente.

Nella prestigiosa cornice dell’Hotel Cavalieri Hilton di Roma, l’appuntamento di luglio approfondisce i recenti sviluppi socio economici e strategici nel Mediterraneo centro-orientale per mano di due attori di primo piano: la Turchia del sempre più aggressivo Erdogan e la Tunisia, preda dell’ennesima crisi governativa.

I lavori sono iniziati con l’intervento di Gilles Kemel dell’Institut d’Etudes Politiques di Parigi sugli ultimi sviluppi da Ankara.  L’avvenimento più significativo che ha interessato il paese anatolico – e indirettamente gli equilibri con gli alleati Nato- è stato il ritorno della Basilica di Santa Sofia nel ruolo di edificio adibito al culto islamico. Il decreto presidenziale emanato il 10 luglio apre nuovi interrogativi circa le intenzioni di Erdogan, un vicino di casa agli occhi dell’UE sempre più intransigente e poco incline al dialogo diplomatico. Questo provvedimento, di natura prettamente politica, chiude un lungo e faticoso processo di secolarizzazione intrapreso da Kemal Ataturk proprio con la sconsacrazione di Santa Sofia nel 1931 e successiva trasformazione in museo nel 1935. Le campane suonate a lutto della confinante Grecia nel giorno della prima preghiera islamica a Santa Sofia testimoniano un inasprimento nei, già difficili, rapporti diplomatici tra i due paesi. A riguardo ricordiamo l’annosa questione degli ingressi illegali nel Dodecaneso greco e l’inattività del governo turco ad impedire- se non dietro cospicuo incentivo economico- le partenze di soggetti perlopiù provenienti da Iraq e Pakistan e quindi impossibilitati a vedersi riconosciuta la protezione internazionale. Le motivazioni che si celano dietro questa decisione, e che acuiscono la tensione del precario equilibrio geopolitico dell’area, ad opera del presidente turco sono probabilmente ascrivibili alla costante e spasmodica ricerca di simboli per soddisfare il suo appetito elettorale, che non sa più saziare con promesse o creando lavoro e rapporti di buon vicinato. Con un Pil in forte diminuzione e con un tasso di disoccupazione che ha raggiunto i massimi livelli negli ultimi anni attestandosi oltre il 12%, Erdogan punta ad una politica interna nazionalista e volge uno sguardo imperialista sul Mediterraneo, visto il recente intervento in Libia, sguardo che indispone i suoi alleati NATO al punto che molti analisti si interrogano se sia ancora utile la presenza della Turchia all’interno del Patto Atlantico.

Di notevole interesse l’intervento di Youssef Cherif, analista del Colombia Global Center, testimone della tribolata ricerca di stabilità interna in Tunisia. Il paese si ritrova ad affrontare l’ennesima crisi governativa, la decima in nove anni, che ha gettato nuovamente il paese nel caos socioeconomico. Le dimissioni del primo ministro Elyes Fakhfakh sono state l’ultimo segnale di una instabilità politica che affligge da anni le giovani istituzioni democratiche del Paese. L’Unione Europea, prosegue Cherif, segue con apprensione il barcollante percorso dell’unico paese arabo alle prese con un processo democratico intrapreso con la Primavera del 2011. L’emergenza sanitaria globale del Covid-19 non ha risparmiato il piccolo Stato, colpito da un turismo praticamente azzerato – contribuente al 9% del Pil nazionale-, e una sempre più marcata emigrazione illegale di giovani che attraversano il Canale di Sicilia alla volta di Lampedusa.

Se sul fronte interno soffre economicamente, in politica estera la Tunisia affronta non meno problemi al confine con la Libia, confine permeabile ad infiltrazioni Jihadiste o viceversa alla fuga di giovani tunisini radicalizzati in mancanza di prospettive lavorative e pronti ad unirsi alle bande mercenarie operanti nel Fezzan.

Federico Severoni