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Rischio di un allontanamento di Belgrado dalla NATO?

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Balkan perspective 

Ritorna puntuale l’appuntamento del Nato Defence College con il ciclo di conferenze incentrate sul monitoraggio di aree geopolitiche strategiche per l’UE ed il bacino del Mediterraneo. La macroregione dei Balcani è nuovamente protagonista di un rinnovato dinamismo che ha interessato principalmente la Macedonia del Nord e i suoi rapporti diplomatici con i paesi confinanti, Bulgaria e Serbia nello specifico.

Come di consueto i lavori si sono aperti con l’intervento dell’ambasciatore Minuto Rizzo, Presidente del Nato Defence College, che ha affermato “Non c’è dubbio che i Balcani Occidentali debbano entrare a far parte delle istituzioni europee ed euro-atlantiche: ai nostri occhi è un destino naturale”. È infatti una regione dove per anni la NATO e l’Unione Europea hanno collaborato a beneficio di tutti, ed è la prova che la cooperazione concreta tra le due organizzazioni può essere un moltiplicatore di stabilità e sicurezza”.

Se da una parte i migliori auspici dell’amb. Minuto Rizzo indicano la via maestra da seguire in questo scacchiere geopolitico, il nodo che attanaglia la Macedonia del Nord è oggetto di attenzione internazionale perché annoso e di incerto sviluppo. Il piccolo paese balcanico ha di recente risolto lo storico contenzioso con la Grecia sulla disputa del nome (Accordo di Prespa) ma si ritrova nuovamente coinvolta in una disputa che potrebbe rallentare, e non di poco, il processo di adesione all’Unione Europea tanto agognato.

Si è infatti riacceso, pur con toni moderati e possibilisti di rapida risoluzione, lo scontro identitario con la Bulgaria. Il problema risiede nel fatto che le popolazioni bulgare e macedoni appartengono allo stesso gruppo etnico-culturale. Gran parte dei bulgari considera lo Stato vicino come un proprio territorio separato dalla madrepatria dagli eventi della storia, precisamente con la Seconda guerra Balcanica del 1913 e la seguente resa dell’Impero ottomano in terra balcanica. La distinzione tra macedoni e bulgari sarebbe, secondo questi ultimi, solo una linea confinaria tracciata senza conformarla a criteri nazionali, politici, né geografici.

Il trattato firmato dai due paesi nel 2017, costituente una commissione culturale per dirimere le questioni storiche si è arenato nelle scorse settimane mettendo a rischio un processo di adesione sempre più nebuloso. Il Primo Ministro Zaev si è riferito ai recenti colloqui avuti a Sofia dal ministro degli esteri macedone Bujar Osmani che, a suo avviso, non sono stati positivi. Quello che propone la parte bulgara, ha detto, non si basa su uno spirito di amicizia e di buon vicinato né tantomeno europeo. Se le cose non cambiano, ha osservato il premier, “dobbiamo preparare la nostra popolazione alla possibilità che la prima conferenza intergovernativa (sull’avvio a Bruxelles del negoziato di adesione) non si terrà come previsto a dicembre”.

Tra le numerose altre relazioni, di notevole interesse l’intervento di Valerie Hopkins, corrispondente del Financial Times, in merito al crescente isolamento geopolitico della Serbia ed al suo stretto legame con la Cina:” “È interessante osservare i rapporti tra Serbia e Cina in relazione all’accordo siglato recentemente a Washington e al potenziale accesso del paese nell’Unione Europea. Occorre infatti tenere a mente che, secondo un sondaggio svolto a marzo 2020, il 40% dei serbi percepisce la Cina come il maggiore investitore, mentre meno del 20% pensa che sia l’UE. Ed è un trend che andrà crescendo, dal momento che 14 dei 18 progetti tecnologici che Pechino sta finanziando nella regione si trovano in Serbia.”

Sono dati su cui riflettere attentamente alla luce degli investimenti in materiali di armamenti di produzione cinese: il rischio di un ulteriore allontanamento di Belgrado dalla Nato è più che mai concreto.

Federico Severoni

Roma, 28/09/20